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martedì 9 ottobre 2012

Il dono dell'ubiquità

Giornata intensa di scambi, condivisione, confronti. Di impegno, dedizione, passione.
Sguardi in ascolto, menti in fermento, idee al galoppo. 

Scopro che, laddove si è attesi, si può essere presenti anche se lontani.

Amina, Foggia 9 ottobre 2012

martedì 4 ottobre 2011

martedì 19 aprile 2011

Acqui



Sentirsi attesi da un Luogo, avvertire un legame profondo con la Terra che ci ha accolti quando, bambini, trascorrevamo le serate estive sdraiati nell'erba a cantare a squarciagola Gloria, manchi tu nell'aria o ancora E guardo il mondo da un oblò sulle note graffiate di un giradischi portatile giallo senape...

Ho vissuto la mia prima infanzia in Piemonte e, pur essendo cresciuta in Veneto, ho sempre proclamato a gran voce le mie origini, la mia appartenenza alla Terra Sabauda.

Io Sono Piemontese.
Anche se parlo con cadenza Veneta, a tratti Lombarda, talora condita con qualche 'neh' che spezza il ritmo e confonde le idee!

Ogni volta che dal treno - o sull'autostrada - leggo il cartello PIEMONTE, dentro di me una vocina erompe felice: 'casa'!

E' sempre stato così, da quando, trasferiti a Padova, andavamo a trovare i nonni a Quargnento (Al) per le feste comandate o per qualche ricorrenza famigliare.

Non è la permanenza in un luogo a fartene sentire parte: è l'Anima che, respirando i profumi, le parole, i sapori, i rumori, i colori di quella Terra li riconosce affini, plasmati nella stessa materia in cui - lieve, eterea - delinea il tuo Essere qui ed ora.

E così tu le appartieni, e quel che ti dà non lo trovi da nessun'altra parte al mondo, perché Lei è la Terra dei tuoi Avi, è il Luogo dove sei stata pensata, voluta... dove forse tornerai o forse no, ma dove sei sempre attesa, accolta, protetta e amata anche se nessuno te lo viene a sussurrare all'orecchio.

...ricordi di una domenica ad Acqui Terme.

lunedì 11 aprile 2011

e la tavola è apparecchiata di bianco


Le vie più difficili

vengono percorse da soli,

la delusione, la perdita,

il sacrificio,

sono soli.

Persino il morto che risponde a ogni richiamo

e che non si nega a nessuna richiesta

non ci soccorre

e osserva

se noi non cediamo.

Le mani dei vivi che si tendono

senza raggiungerci

sono come i rami degli alberi d’inverno.

Tutti gli uccelli tacciono.

Si sente solo il proprio passo

e il passo che il piede non ha ancora fatto

ma che farà.

Fermarsi e voltarsi

non serve. Si deve

andare.

Prendi in mano una candela

come nelle catacombe,

la piccola luce respira appena.

E tuttavia, quando hai camminato a lungo,

il miracolo non tarda,

perché il miracolo sempre accade,

e perché senza grazia

non possiamo vivere:

la candela brilla per il respiro libero del giorno

tu la spegni sorridendo

quando appari nel sole

e tra i giardini che fioriscono

la città è davanti a te,

e nella tua casa

la tavola è apparecchiata di bianco.

E i vivi che perderemo

e i morti che non possiamo perdere

spezzano per te il pane e ti porgono il vino –

e tu senti di nuovo la loro voce

vicinissima

al tuo cuore.

Hilde Domin

venerdì 18 marzo 2011

The Man Born to Farming - L'uomo nato per coltivare


The grower of trees, the gardener, the man born to farming,
whose hands reach into the ground and sprout,
to him the soil is a divine drug. He enters into death
yearly, and comes back rejoicing. He has seen the light lie down
in the dung heap, and rise again un the corn.
His thought passes along the row ends like a mole.
What miraculous seed has he swallowed
that the unending sentence of his love flows out of his mouth
like a vine clinging in the sunlight, and like water
descending in the dark?

Il piantatore d'alberi, il giardiniere, l'uomo nato per coltivare,
le cui mani si protendono sotto terra e germogliano,
per lui la terra è una droga divina. Entra nella morte
ogni anno e ne ritorna esultante. Ha visto la luce posarsi
sul cumulo di sterco e rialzarsi nel frumento.
Il suo pensiero passa come una talpa lungo la cima dei filari.
Quale miracoloso seme avrà inghiottito
perché il discorso ininterrotto del suo amore gli sgorghi dalla bocca
come una vite che s'aggrappa alla luce del sole
e come acqua che discende nel buio?

Wendell Berry

(foto scattata il 07 Novembre 2010 presso Il Brolo - Azienda Agricola, Polpenazze del Garda (BS) www.il-brolo.it)

venerdì 4 marzo 2011

Everything happens in perfect time*


Voi siete un principe, una principessa, e un regno vi attende: dovete forse gettarvi in preda alla disperazione e allo scoramento perchè dovete attendere ancora un po'?

da 'I semi della felicità', Omraam Mikhael Aivanhov, Ed. Prosveta

domenica 8 ottobre 2006

Storia di una rosa


C’era una volta una rosa che non credeva più nel vento.
Era successo molto tempo prima.
Quando la rosa era piccola. E silenziosa. E sola.
Perché non era una rosa di cespuglio, ma nemmeno una grande alta rosa solitaria.
Era solo una piccola rosa sola, perché il vento aveva trasportato il suo seme lontano, tra i tronchi degli alberi, in un giardino di città, tra la Germania e l’Africa.
La rosa era piccola e rossa, con spine delicate, con petali sottili come coralli d’aria, con foglie leggere come un arrivederci.
Cresceva piano piano, pochi centimetri da terra e i suoi vicini erano faggi e larici, un olmo, un tiglio, un timido nocciolo.
E fu proprio il nocciolo a portarle la notizia.
Era un mattino d’ottobre, faceva freddo, come quando l’inverno disfa l’autunno e avanza con il suo respiro di ghiaccio, per fare, per fare niente, per fare il vuoto.
La rosa tremava e guardava in su, guardava sempre in su perché aspettava qualcuno.
Questo per la rosa era l’amore: aspettare qualcuno.
Qualcuno che la sollevasse, qualcuno che la strappasse dall’umido della terra, dalla greve presenza degli alberi, dal pettegolio dei fili d’erba per portarla nell’azzurro, nel libero abbraccio di cielo-nuvole.
E aspettava e aspettava e aspettando non cresceva.
Fu proprio quel mattino d’ottobre che il nocciolo la avvertì:
“Oh, piccola rosa guarda: i tuoi leggeri piedi si stanno staccando dal terreno. Perderai la zolla e con lei la radura e con la radura la foresta. Ti perderai.”
“Che importa! – rispose scandalizzata la rosa – E’ un rapitore che aspetto, non uno zappatore o qualcuno che mi atterri, qualcuno che mi involi, qualcuno come… un azzurro manto, un soffio deciso, un suono di campanelli.”
“Allora è il vento che aspetti!” esclamò il nocciolo.
“Vento? V,e,n,t,o? – chiese la rosa – E’ dunque questo il nome del mio amato, di colui che solleva e strappa dalle abitudini, di colui che mi farà regina alata della solitudine?” ma questo lo chiese in segreto solo al suo piccolo cuore spinoso.
Non era una rosa simpatica, era cresciuta senza amici, di tentativo in tentativo si era costruita petali e spine e così era un po’ arrogante e molto ingenua, arroganti spine, ingenui petali.
Da quel giorno aspettò il v,e,n,t,o, il vento. E non arrivò nessuno.
Aspettava, aspettava.
E l’attesa rendeva caldo il cuore e freddo il corpo.
Osservava, cercava gli indizi e ogni fruscio era già un bussare e ogni rumore era già un richiamo e ogni scricchiolio un invito.
Ma nessuno arrivava, il bussare terminava nel becco di un picchio,il richiamo nell’ala di un merlo, l’invito non era che la fontana che cominciava a gelare.
E la rosa aspettava, aspettava.
Perdeva più tempo che poteva, perché ogni minuto perso era un passo che avanza verso l’amato.
E non si curava delle chiacchiere degli altri, dei coltelli delle parole, nemmeno dell’inverno che avanzava si curava, solo aspettava, aspettava.
E una notte le stelle seminarono nel cielo un percorso diverso, un sentiero che toccava la rosa in pieno petto.
Guardando in su la rosa vide il sentiero di un sorriso e volle raggiungerlo.
E così pregò: “Non ho più tempo per l’amato, non ho più tempo per l’attesa del vento, subito adesso voglio raggiungere l’aperto, bruciami cielo.”
E così intensa era la sua preghiera e così solo il suo cuore e così incapace di sollievo la sua febbre che quando ancora una volta nessuno arrivò, la rosa smise di credere nel vento.
Non nel nome del vento smise di credere, ma proprio nel suo arrivo, perfino nella sua esistenza.
E la rosa smise di aspettare, chinò piano piano la testa, la pioggia trafisse i suoi petali, il sole indebolì le sue spine, la rosa si sentì indifferente.
Imparò perfino a chiacchierare con l’erba, bevve senza comprensione la rugiada, ascoltò il nocciolo dire ai vicini: “Ah, la piccola rosa! Sembrava così appassionata. Ma è il vento che l’ha nata solitaria e è giusto che sia stato il vento a tradirla.”
E la rosa si addormentò.
Non sognò cavalieri, né abbracci di nuvole, né libero cielo; sognò solo piccole radici, un leggero profumo, i passi di un giardiniere: essere una rosa qualunque, non aspettare che piccole cure, non sognare l’amico dell’amore.
Era dicembre e dall’Africa si alzò il vento, il v,e,n,t,o, quello del deserto, il vento esperto, feroce che brucia le mani e la faccia, il vento che fa sorgere la sabbia, l’assassino di chi non vuole volare.
E come per caso, come per passeggiare, il vento raggiunse un giardino di città tra la Germania e l’Africa.
E come per scherzare, come per esercitare la sorprendente vista del vento, lasciò cadere lo sguardo sulla piccola rosa addormentata.
E vide, vide il sonno del suo grande amore, la stanchezza della sua infuocata attesa, la brevità della sua speranza, e senza amore né disprezzo la portò con sé, la scelse, solo perché era stanca e piccola e senza attesa, per questo la scelse.
E delicatamente la strappò dalla sua terra e con decisione la sollevò e non le permise nemmeno di salutare, anche addio era una parola troppo lunga da pronunciare.
E di volo in volo, sopra il mare, sopra le isole, sul continente, fino al deserto la portò, addormentata.
E così gentile era il suo sonno, così delicata la sua stanchezza che decise di farne una rosa del deserto, un’eterna rosa senza profumo tranne per l’amato.
E nel deserto infuocato si risvegliò la piccola rosa. Fermo batteva il suo cuore e il suo stupore percorreva tutta la sabbia, grano per grano fino all’orizzonte. E l’insperata vastità del cielo, il libero abbraccio, arrivato, possibile, finalmente?
E la rosa stupita: “Di cosa sono fatta?” chiese.
“Di niente, di vento.” Le fu risposto.
(Storia di una rosa, Chandra Livia Candiani)

Informazioni personali

La mia foto
Italia, Italia, Italy
A volte sento nel cuore una felicità inspiegabile: non ne ravvedo il motivo scatenante, zampillo gioia come una fontana che guarda al cielo. Io ho un SOGNO, che è più di niente.